Lara Montepagani, farmacista e costumista del liberty




Ci sono persone che abitano più di una vita nello stesso corpo.
Lara Montepagani, nella quotidianità, è una farmacista: scienza, precisione, ascolto. Ma appena lascia il banco della farmacia, apre un altro spazio, fatto di tessuti, ricami, silhouette d’altri tempi. 
I suoi costumi non sono semplici abiti: sono viaggi nel tempo. Si ispirano alle epoche passate – in particolare al Liberty – alle sue linee morbide, floreali, all’eleganza femminile che dialoga con la natura e con il sogno.

Creare costumi, per Lara, è un atto di cura. Come se la stessa attenzione riservata alle persone si trasformasse, qui, in stoffa, dettagli, memoria. L'abbiamo incontrata e i intervistata in occasione del Gala del Teatro.





D. Nella tua vita quotidiana sei farmacista, quindi lavori con precisione, formule e metodo. Quanto di questo approccio “scientifico” entra anche nel tuo modo di progettare un costume teatrale?


R. Indipendentemente dalla professione di ognuno, credo che l'approccio agli hobbies e alle attività extra lavorative sia direttamente proporzionale alla passione e all'interesse verso le stesse. Io personalmente cerco di mettere lo stesso livello di impegno e di attenzione in entrambi i settori, ed essendo la mia professione votata alla cura, alla ricerca e al continuo aggiornamento, non vedo la stessa in contraddizione con l'attività di costumista dove la creatività va di pari passo con la fedeltà alle epoche trattate e il dettaglio spesso fa la differenza. Nello stesso tempo saper adattare ogni singolo capo e accessorio alla persona che lo indossa è un po' come individuare quale terapia sia più funzionale per un dato paziente. A dire il vero alcuni farmaci sono nati per caso o per sbaglio, così come molti dei miei costumi sono scaturiti partendo da un'idea iniziale che poi si è sviluppata in corso d'opera, secondo un approccio più sperimentale che rigorosamente metodico.

D. I tuoi costumi sono spesso ispirati agli anni ’20, un’epoca di eleganza ma anche di profonde trasformazioni sociali. Che cosa ti affascina di quel periodo e perché senti che parla ancora così bene al teatro di oggi?

R. I miei costumi, in realtà, sono spesso ispirati alla moda dei primi anni dieci del Novecento, "La Belle époque". Dello stile "liberty", che caratterizza quel periodo, amo molto sia l'eleganza e la sinuosità delle forme che l'amore per la decorazione che tuttavia non sfocia mai nell'eccesso o nel pacchiano. Un'arte raffinata e ricca di colori e di riferimenti alla natura. Da questo movimento artistico e culturale mi piacerebbe che il teatro di oggi prendesse spunto sia per le scenografie che per i costumi troppo spesso sacrificati per problemi di costi e di spazi, perché è vero che l'abito non fa l'attore ma sicuramente lo aiuta a calarsi nella parte e anche l'ambientazione e l' estetica sono importanti per una buona resa.





D. Ricevere il riconoscimento ai Costumi al Gran Gala del Teatro che significato ha per te, considerando che la tua creatività nasce “fuori” dal mondo teatrale professionale? È un punto di arrivo o un nuovo inizio?

R. Indubbiamente ricevere questo riconoscimento è stata una bella sorpresa ma anche una meta ambita, in quanto lavorare per il costume di scena è sempre stato una un mio sogno nel cassetto. Fino ad ora ho avuto modo di farmi conoscere attraverso altri canali quali la fotografia amatoriale, rievocazioni storiche o eventi cosplay. Pertanto, ottenere questo risultato non è solo un arrivo quanto un punto di partenza per progredire verso il campo del teatro, a vari livelli.




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